Ma Voi Ve Lo Ricordate il Fango…


Da qualche tempo, soprattutto in politica e questo già non è un buon inizio, sento parlare del “Fango”, e dei suoi concetti a corredo, ad esempio “macchina del Fango”, ecc.

Ecco mi sono ritrovato a pensare che si dovrebbe andare più cauti nel parlare di Fango. Naturalmente mi riferisco ai politici e magari a coloro che parlano (… attenzione non vi è alcun riferimento ad amici o conoscenti …) pensando con il cervello degli altri. Coloro che (…di certo tutti ne abbiamo conosciuto uno/una…) non avendo avuto tempo per formarsi una propria concezione usano i concetti di altri, magari famosi o che sono diventati qualcuno, perchè fa tendenza e poi se lo dice uno importante… ecc. ecc..

Dicevo del Fango, io la parola la scrivo con la effe maiuscola, perchè noi (…stavolta parlo degli amici del Rugby…) il Fango lo conosciamo, perchè (…e aggiungo per fortuna…) qualche volta abbiamo fatto i conti con lui, ma “quando è successo è sempre stato un successo”.

Oggi un eventuale soggetto che viene addidato con l’intento di arrecargli offesa, nell’accezione comune, viene infangato. Se si vuol far del male a qualcuno, intendo alla sua immagine, lo si infanga. Così come si infanga la memoria, e via proseguendo.

Ma voi ve lo ricordate il Fango? Quello a cui si pensava svegliandosi di mattina con un tempo da cani, sapendo poi di doverci fare i conti durante le partite in inverno. Cos’era un misto di preoccupazione e di eccitazione, il Fango è parente stretto del rugbysta. Di certo una delle immagini più eloquenti di un giocatore di Rugby è proprio quella infangata.

Qui, a proposito di questo argomento, nel caso che questi liberi pensieri vengano letti dai non addetti ai lavori, posso passare anche per sbiellato, però oggi mi mette a disagio sentir parlare in questi termini del Fango.

Io, a quelli che si esprimono senza sapere, li porterei su un campo ben preparato, e senza pretendere di certo che si sappiano muovere come i rugbysti, gli farei fare conoscenza con il Fango. Capirebbero di cosa si tratta, e cioè terra e acqua. Chissà forse capirebbero o forse no, dipende dalle capacità che si ha ad emozionarsi,  sentirsi parte di quel campo, chiedergli di essere suo amico durante gli ottanta minuti in cui sarai tutt’uno con esso.

Non è che si vuol trovare sempre la metafora della vita in questo gioco, ma a me viene così. La rabbia che trita il buon senso sta proprio nel fatto che a parlare sono sempre coloro che non sanno, e non sanno in genere. Vogliamo parlare di Fango con i Genovesi? Oppure con le genti che da poco se lo sono visto in una forma per niente poetica. Io penso che queste genti meritino più rispetto quando si parla del Fango. Per i lutti e le distruzioni che hanno subito. Perchè hanno conosciuto il Fango assassino, quello che la natura violentata ha usato come arma. Mentre qualche inetto continua ad usare questo termine per offendere.

Io ricordo i consigli dei maestri del nostro sport, in special modo quelli di Rodolfo. Tempo da cani, il campo dell’Albricci era grigio topo, l’erba si era rifugiata sotto terra (…tra poco sarebbe iniziata la lotta…), noi splendidi con la divisa abbagliante, maglia bianca e azzurra, pantaloncini bianchi e calzerotti bianchi, magnifici bersagli. E Rodolfo che ci raccomandava: “ragazzi appena fuori buttatevi nel Fango”. Cosa voleva dirci? Oggi direi che forse si trattava di un rito pagano, un sacrificio al dio del Rugby, uno scotto da pagare per poter poi giocare e divertirsi. Come a dire: “sit’ tropp bell, nun ve pozz guardà, ittatev inta a lota, sul accussì site iucatur e’ Rugby’. Del resto dopo qualche fase di gioco, per quelli che non avevano seguito il buon consiglio, ed avevano conservato lo splendore intatto della divisa, l’unico pensiero che ci frullava era: “ma si venut a vere a partita?”.

Un pensierino poi lo rivolgo all’amico pallone, quello che si doveva conquistare e difendere. Io ho giocato con quelli in pelle, erano ancora quei tempi, i “wallabies” erano quelli più usati (forse gli unici). Nelle giornate di cui parlo bastavano dieci minuti e il pallone diventava tre volte più grosso e altrettante più pesante. Un passaggio più teso (se riuscivi a prenderlo) era un colpo nello stomaco, e poi dovevi controllarlo, pesante e infangato come da tradizione. Oggi in certe partite si vede il tallonatore che in touch pulisce il pallone con l’asciugamano, mi da un po’ fastidio, ho sempre visto pulire il pallone sulla maglia, quasi un rito. Sguardo concentrato con i compagni in cerca di intesa e pallone sfregato sulla carta vetro della maglia. E se la sorte ti regalava un pallone calciato… dovevi raccomandarti ai santi, una pietra pesante, ghiacciata e viscida che se non ti colpiva dovevi afferrare con le mani, e pure ci voleva un po’ di coraggio.

Senza parlare delle preghiere rivolte al Fango, “dammi una mano, questo è grosso e sta arrivando come un treno, mi ci posso solo appendere e se va a terra scivoliamo nel Fango, aiutami a fermarlo e a non farci male”. Ed era proprio così. Non so voi ma io me lo ricordo. Io mi ricordo anche il sapore del Fango. Per respirare meglio, quando si era in debito di ossigeno, si respirava a bocca aperta, e naturalmente il paradenti diventava di Fango. Dovevi tenertelo non c’era modo di lavarlo. Certe volte si era così inzuppati che non si distinguevano più le divise, sembrava quasi che ci fosse una sola squadra di trenta giocatori. E chissà che non era proprio così.

Solo un cenno per il parente stretto del Fango: il Freddo. Almeno in inverno, quando piove, quei due sono inseparabili. Mi viene da ridere quando vedo i calciatori con i guantini e le sciarpette. Ho visto foto di amici giocare sotto tormente di neve. Io stesso ricordo di partite giocate a temperature tali che il dolore per colpi subiti alle mani ti faceva pensare che forse le avevi perse le mani. Eppure eravamo lì, a nessuno è mai venuto in mente di uscire, di lasciare i compagni. E non solo perchè si temeva di essere da meno nei confronti degli altri, io pensavo che non volevo essere da meno a me stesso. Insomma non volevo perdere neanche un secondo di quella lotta. E il Fango si faceva pesante, non cadeva neanche più da dosso, il freddo lo cementava. Per noi della mischia ad un certo punto si accendeva lo special, le scarpette sembravano ormai zampe di elefante e letteralmente zappavi. Nelle mischie perse ad un certo punto, calato li a spingere, vedevi i solchi delle tue scarpe passarti di sotto mentre ti trasportavano all’indietro. Poi però si reagiva e si recuperava. E tutto questo sempre nel Fango.

Ora comodamente a casa scrivo al computer, ma in quei momenti c’era poco da “poetare”, si cercavano ormai brandelli di energia, ho visto facce che voi umani… E comunque si rimaneva in campo. Alla fine fregandosene del risultato si ringraziava che fosse finita, non si era usciti, avevamo vinto comunque. Le strette di mano tra noi e quelle agli avversari, come noi irriconoscibili, anche a quel bastardo che me passato sopra apposta, tanto prima o poi…

Il rito della doccia. Per far andare via tutto il Fango ci volevano doccie bibliche, ma non si poteva. Ci trovavamo il Fango nei posti più impensati, manco avessimo giocato nudi. Il sapone a volte non riusciva neanche a fare schiuma, manco l’acqua fosse solforosa. Quello però era il giusto miraggio, ciò a cui si tendeva nel finale.

Quindi stanchi e qualche volta pure acciaccati si finiva per tornare a casa, e per quanto mi riguarda se non ero troppo stanco, o come dicevo acciaccato, davo sfogo alla fame. Mia madre mi faceva trovare piatti di pasta enormi, chi stava di fronte a me mi vedeva scomparire dietro gli spaghetti. Quello era il nostro doping e il premio finale.

Ora dopo tutti questi pensieri in libera uscita, e dopo tutti questi ricordi dovrei trovare una chiusura degna del Fango. Non sono molto capace, scrivo perchè mi si affollano i ricordi e non voglio che vadano persi, nel senso che poi li dimentico definitivamente. Il tutto è nato perchè i soliti inetti usano parole al vento, non sapendo parlare se non con i pensieri di altri, il che andrebbe anche bene, ma a venir meno di questi tempi sono proprio gli altri. Vorrei concludere semplicemente ricordando che il Fango, come ho già accennato, è solo Acqua e Terra mischiata. I saggi ci hanno detto che l’acqua è vita e la terra ci ospita (…fino a quando non si stancherà…), e sfido chiunque, in grado di intendere e volere, a offendere con questi elementi.