Le lacrime di Bastareaud e la metamorfosi del rugby


Le Monde del 3 gennaio dedica un lungo servizio al rugby francese. Pagine che scavano sotto la pelle della cronaca. Un esame di coscienza suggerito, forse, dalle lacrime di Bastareaud seguite alla disfatta del Tolone con lo Stade, il 28 dicembre scorso: “E’ dall’inizio della stagione che sono uno zombie… Non riesco a ritrovare il mio livello… Credo di essere arrivato al punto di rottura… A un certo punto bisogna saper dire basta…”. 

La sintesi del servizio è condensata in un grafico, che contiene numeri impressionanti. Nel 1995 il più grande budget stagionale francese era di 2,2 milioni di euro, il budget 2014/2015 dello stesso club, ancora il più ricco di Francia, è di 35 milioni di euro. Trattasi dello Stade Toulousain. Sempre nel 1995, gli iscritti alla Federazione erano 263mila; oggi sono 454mila. Nel 1987 il peso medio di un giocatore di coppa del mondo era di 91,4 chili, per un’altezza di 1,85 centimetri; oggi sono 101,4 chili per 1,88 centimetri. Nella finale dei Mondiali 1987 i placcaggi furono 160 in 21 minuti e 12 secondi di gioco effettivo; nel 2011 sono stati 282 in 37 minuti e 35 secondi.

Titolo dell’articolo: “I vent’anni della metamorfosi di Ovalia”. Bisogna leggerlo, perché dice qualcosa che riguarda tutto il mondo del rugby, non soltanto quello di osservanza francese. Così l’abbiamo tradotto e ve lo riportiamo, con quale marginale omissione. Intanto va detto che per l’autore, Adrien Pécout, sembra si tratti di una mutazione negativa, con qualche tratto di autentico orrore. L’innesco della “metamorfosi” – attacca Pécout – avviene dell’agosto 1995, quando l’IRB chiude il capito amatoriale e apre quello del professionismo. I club d’Oltralpe entrano nella nuova era con maggiore timidezza rispetto ai colleghi dell’emisfero sud, esaltati dalla vertiginosa offerta che il magnate Rupert Murdoch aveva fatto loro un paio di mesi prima per i diritti televisivi (550 milioni di dollari).

Emile Ntamack era allora campione di Francia (Tolosa) e brillava pure nel XV francese: “Prima del ’95 – dice – si guadagnava qualcosa, ma il rugby non era la principale fonte di reddito. Era un bonus”. Da quel momento il rugby accelera. Tre anni dopo nasce la Ligue nationale, a cui fanno capo i campionati Top 14 e Pro D2. “Oggi è tutto più rigoroso – commenta il coach della Scozia Vernon Cotter, che la Francia l’ha conosciuta come giocatore, negli anni Novanta, e come allenatore vincente: Clermont, 2010. – Allora, prima di giocare, a tavola non mancava mai il vino rosso. Adesso non è neppure immaginabile”. Diventato professionista, Ntamack ha messo da parte gli studi di scienze motorie e ha cambiato vita. “Siamo passati da due allenamenti a settimana – ricorda – a due sessioni giornaliere. E oggi se il coach fissa un allenamento in più tutti se ne fanno una ragione, nessuno marca visita”.

Il passaggio epocale porta alla nascita del sindacato dei giocatori (Provale), divenuti a tutti gli effetti lavoratori salariati. L’Union des Joueurs de rugby professionnels oggi rappresenta 900 atleti. ”All’inizio della mia carriera – dice il presidente, Robins Tchale-Watchou – se andavi alla seduta muscolare una volta alla settimana eri un extraterrestre. Gli allenatori ti guardavano con diffidenza, convinti che gonfiare i muscoli facesse perdere l’agilità. Oggi bisogna fare due o tre sedute muscolari ogni settimana, vacanze comprese”. Risultato: “La robotizzazione dei corpi. Oggi ci si allena con il gps fra le scapole per ottimizzare l’analisi”, osserva Daniel Herrero, l’ex joueur e entraineur del Tolosa, famoso anche per la bandana rossa che ferma la massa bianca dei capelli. In due decenni le funzionalità dei giocatori sono aumentate in modo esponenziale. Il tempo di gioco effettivo è raddoppiato: da 20 a 40 minuti. I giocatori sono spinti al limite. E allora si capiscono le lacrime di Bastareaud.

Sempre più gagliardi e muscolosi, i rugbisti diventano sempre più pericolosi tra di loro. “Un giocatore di 90 chili che piombava su un avversario a 20 all’ora era meno violento di quella specie di goldrake da 110 chili che oggi si schianta a 30 orari su un altro ufo robot”, commenta con amara ironia Jean-Marc Lhermet, direttore sportivo del Clermont. I giocatori sanno i rischi che corrono. “La nostra salute è in gioco – conferma il tallonatore David Roumieu, capitano dell’Aviron Bayonnais. – Un trauma può avere conseguenze immediate sulla carriera, ma anche sul futuro, e questo conta quando si è padri di famiglia”.

Poi c’è lo spettro del doping. Nel 2013 la direttrice dell’Agenzia nazionale antidoping ha parlato del rugby come dello sport con la più alta percentuale di positività. “Quando incrocio un rugbista e noto, per esempio, un’evoluzione della sua mascella (tipica spia dell’assunzione di ormoni della crescita) non posso non pensare con preoccupazione al futuro del mio sport e alla salute dei giocatori nel lungo termine”, ha detto in un’intervista, sempre a Le Monde, Laurent Bénézech. Nel suo libro “Rugby, quali sono i tuoi valori?”, uscito nel 2014, l’ex internazionale francese (15 caps tra il 1994 e il ’95) descrive giocatori che a lui sembrano esseri con un “codice genetico diverso dal resto dell’umanità”. Contro Bénézech è insorta gran parte dell’Ovalia francese. “Tutto quello che dice è falso – tuona Jean-Claude Peyrin, presidente della commissione medica federale. – Il rugby è uno sport di contatto, dunque è normale che si tenda a una preparazione fisica sempre più accurata. Con un allenamento specifico e una nutrizione appropriata, e senza prodotti vietati, si può far prendere 10 chili a un ragazzo tra i 19 e i 21 anni. Quanto alla storia della mascella, guardate il viso dei genitori e dei nonni degli atleti e constaterete che non ha niente a che fare con l’assunzione di sostanze proibite. Se vedete la mamma di Fabien Pelous non potete avere il minimo dubbio sulla provenienza della sua mascella squadrata”.

La “metamorfosi” riguarda anche il gioco, non soltanto i corpi. “Abbiamo attenuato il potenziale creativo”, rimpiange Herrero. Anziché scalare o scoprire spazi, i giocatori ormai vanno dritti come rinoceronti. “Quando hanno di fronte il muro della difesa, non producono la benché minima scintilla di fantasia: impattano in maniera brutale. Perché oggi una sola cosa conta, la vittoria”. L’anziano tecnico chiama in causa l’imponente “mediatizzazione e la ferrea logica economica del rugby”. Sottomessi all’obbligo del risultato per continuare ad attrarre sponsor, i club si sono trasformati in imprese. Imprese che devono ottimizzare i profitti giocando sempre più spesso, in stadi sempre più grandi per accogliere sempre più spettatori. E più giornalisti. Serge Blanco, estremo del Biarritz e della nazionale, oggi vicepresidente della Federazione: “Ai miei tempi si vedevano sempre le stesse persone. Al seguito della nazionale c’erano i soliti due o tre giornalisti, che spesso venivano a mangiare da me, positivi o negativi che fossero i loro articoli. Oggi quando arrivo in Federazione trovo una quarantina di giornalisti. Per questo chiedo loro di presentarsi se fanno delle domande. Ma molti vengono solo per piazzare il microfono, stanno zitti, e poi ti fanno a pezzi”.

Altro segno dei tempi: la proliferazione degli agenti. In questa stagione se ne contano 82 con licenza Ffr. “All’inizio ci guardavano come diavoli, ma oggi tutti sanno che facciamo parte di questo mondo, quanto meno dei suoi meccanismi economici”, spiega Miguel Fernandez, direttore della filiale francese di Essentially, l’agenzia che ha portato Dan Carter al Racing Métro (ufficialmente 1,1 milioni di euro all’anno, per tre anni: “salario” record nella Francia ovale). Da qualche tempo, Fernandez e colleghi si prendono cura della nuova generazione che non ha conosciuto il rugby amatoriale. “L’80 per cento dei nazionali ha fatto il suo percorso tutto all’interno del rugby – dice il ct del XV francese, Philippe Saint-André. – Mentre ai miei tempi molti ci arrivavano senza passare da questa filiera formativa. C’erano l’agricoltore, lo studente, o come me l’ex giocatore di tennis…”. Il che ha delle conseguenze sul futuro di giocatori senza un “pezzo di carta”. Christophe Gaubert, direttore dell’Agence XV, nata nel 2004 con il concorso della Lega e del sindacato, è preoccupato: “Tra i giocatori sentiti dal 2005 al 2010 appena il 40 per cento ha preso un diploma superiore. Mentre il 65 per cento di quelli sentiti fra il 2000 e il 2005 ce l’aveva”. La competizione è fortissima e ogni anno sono un centinaio gli atleti che rimangono disoccupati. Non tutti riescono a entrare nell’Eldorado del Top14, dove il salario mensile medio è di 13mila euro. “Quando parlo con alcuni giovani – dice Fernandez – ho l’impressione che si siano calciofizzati. Pretendono un certo status e un certo compenso prima ancora di aver dimostrato sul campo di meritarselo”. Normale anche che gli allenatori si aspettino l’esonero a fine stagione se i risultati non sono stati raggiunti con la fretta imposta dal sistema. L’ex campione di Francia nel 2011 Fabien Galthié ha conosciuto questa disgrazia addirittura il 29 dicembre scorso, con il Montpellier.

Certo, gli ingaggi restano molto al di sotto del calcio. In media, un calciatore della massima divisione guadagna 45mila euro al mese: tre volte di più. “Bisogna rimanere coi piedi per terra. A fine carriera il rugbista non potrà comprarsi lo yacht. Non ne avrà abbastanza per vivere di rendita. Dovrà reinventarsi una nuova vita professionale”, mette in guardia “Milou” Ntamack, oggi dipendente di Orange, guarda caso sponsor del Tolosa. L’agente Laurent Laffitte, nel giro Essentially, la spiega così: “Nel rugby non c’è divismo, a parte Dan Carter o Jonny Wilkinson. Quando un giocatore della nazionale va a un concerto, non sono sicuro che venga riconosciuto… Il rugby è ancora uno sport meno universale del calcio, ha un mercato più piccolo, dunque gli stipendi sono inferiori. In teoria, i soldi che prenderà Carter a Parigi rimarranno a lungo un’eccezione”. “Riparliamone dopo la coppa del mondo”, conclude con una nota di scetticismo l’autore della magistrale inchiesta, Adrien Pécout.

Sulla prima delle pagine dell’inserto Sport&Forme di Le Monde, presentando il servzio sulla “metamorfosi” del rugby (non soltanto francese, verrebbe da aggiungere), Stéphane Manard termina il suo editoriale con una domanda che facciamo nostra: “Ci fermiano o andiamo avanti così?”.