Barbarians – Nuova Zelanda – 27 gennaio 1973


27 gennaio 1973, Arms Park di Cardiff, giornata grigia e squadre con pochi colori – gli All Blacks sono tutti neri, i Barbarians sono a rigone bianche e nere – e così le vecchie riprese sono perfette, come un film di Hitchcock. Considerate le premesse – due abbozzi di attacco dei neozelandesi – l’azione dura 55”. Sul calcio in avanti, raccoglie la palla Phil Bennett che inventa da fermo un vortice di dribbling facendo fuori tre Neri. Da quel momento, partendo dalla linea dei 22 metri del Barbarians, la palla cambia padrone sette volte: “John Williams, Bryan Williams – la voce del commentatore, Cliff Morgan, comincia a incrinarsi – Pullin, Tom David, Quinnell, Gareth Edwards, questo è Gareth Edwards e se qualcuno avesse voluto scrivere questa storia, nessuno avrebbe potuto crederci”. Perché Gareth si materializza dal nulla e grida una cosa tipo “Dalla a me”. Quinnell gliela dà e lui ha trovato la breccia profonda sull’ala, sulla sinistra di chi attacca, e quando lo placcano, lui ha già messo giù l’ovale e ha segnato la META. Il risultato finale (Barbarians-All Blacks 23-11) è un accessorio. Quando si trattò di scegliere i 100 Grandi Momenti dello Sport Britannico, la Meta ottenne il 20 per cento dei suffragi. E così Edwards, fuor di metafora, è diventato un monumento. Nel senso che è là, nel bronzo, al St David Mall, cuore dello shopping a Cardiff. A seconda della stagione, intorno ci sono asfodeli o ciclamini. Basettuto, ha afferrato la palla, ha dato un’occhiata in giro e sta aprendo il gioco.

Altri record, altre imprese: Llandegfedd, riserva naturale vicina a Pontypool, il luogo della pesca miracolosa, del persico che lui, nativo di Gwaun Ce Gurwen (c’è qualcosa di più fiabesco dei nomi gallesi?), prende all’amo. “Bello grosso: sarà il caso di pesarlo”. Lo pesano: 45 libbre e sei once, oltre i 15 chili, record britannico. Resisterà due anni, dal ’90 al ’92. Quasi vent’anni prima, nel ’72, allarga la collezione di maglie indossando quella della Raf. Non era in servizio con la Royal Air Force, e così viene da pensare che gli avieri si siano comportati come si faceva in antichi campionati universitari, quando venivano iscritti sotto falso nome giocatori di basket e lanciatori di martello. “Ehi, hai visto il mediano di mischia degli avieri? È proprio forte”. Già.

Gareth era forte in tutte le cose che si metteva in testa di provare: poteva fare lo sprinter o il ginnasta, dice chi lo ricorda ragazzo. A 16 anni firma per lo Swansea, quello che gioca con la palla rotonda, il club che ha dato alla luce John Charles, il gigante buono dalla voce profonda e dalla sete insaziabile. Gareth è figlio di un minatore, per un attimo pensa che le sterline del calcio possano far comodo, ma, al contrario di Ryan Giggs e di Gareth Bale, ci ripensa e non tradisce l’amore che abita nelle radici. Da Swansea tonda a Cardiff ovale, per non muoversi più: 12 stagioni, 96 partite, 67 mete. Ha giocato per il Cardiff college, per la rappresentativa gallese delle scuole superiori, per il Cardiff Rfc, per l’East Wales, per i Wolfhounds, per l’Irish President XV, per i Lions (vittoria nella serie del ’71 in Nuova Zelanda e pareggio nel tour del ’74 in Sudafrica), per lo World XV, per la Raf, per la selezione anglo-gallese che nel 1971 celebrò il centenario della nascita della Rfu, per il Galles a 7, per i Barbarians e, naturalmente, per il Galles: 52 partite, 20 mete, sette 5 Nazioni e tre Grandi Slam.

Gareth racconta: “1971, torniamo dalla Nuova Zelanda, abbiamo vinto la serie. A Heathrow c’è un casino infernale. È arrivata gente da tutte le parti. Sento qualcuno che dice: sembra il giorno del ritorno dei Beatles dal loro primo tour in America. La confusione non mi piace: riesco a sgattaiolare, vado a Londra, prendo un treno regionale per il Galles, scendo alla stazione più vicina a casa e trovò tutto imbandito. Sì, tavoli per la strada, gente che mangia, beve, festeggia, così per 15 chilometri, che è quanto c’è dalla stazione a casa mia. Vogliono che mi fermi e vado avanti così, a tappe. Credo di averci messo più tempo di quanto non ne ha impiegato l’aereo a riportarci dalla Nuova Zelanda”. Qualche anno fa chiesero a Will Carling cosa combinerebbe Gareth nel rugby d’oggi. “Quello che ha fatto ai suoi tempi, il meglio. Aveva corsa, intuito, calcio. Tutto il repertorio, ci siamo capiti”. Dodici anni fa venne nominato miglior giocatore gallese della storia e nel ’98 quando il rugby decise di aprire la sua Hall of Fame, le porte furono spalancate per lui, il Principe, per Barry John, il Re che depose presto la corona, e per Jpr Williams.

Ha attentato alle coronarie delle due “voci” del rugby. Di Cliff Morgan abbiamo detto. A Bill McLaren toccò un’altra sua prodezza, questa volta contro la Scozia: mischia nella metà campo gallese, palla a Gareth che non apre, calcia rasoterra e va ad inseguire. “La prende, Edwards? La prende? L’ha presa”. La prese alla bandiera, andando a finire in una palude stigia di fango rossastro, i resti della pista per la corsa dei cani. “Vivere con modestia, perdere con leggerezza”, è il suo motto.

 

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