Peppe D’Avanzo e quella maglia numero 3


Prima dei giornali e delle grandi inchieste, c’era il pilone con una casacca bianco-blu e una pallone ovale.

Attilio Bolzoni su Repubblica, nel suo addio all’amico e collega, ha raccontato di come D’Avanzo quando si metteva su una pista, all’inizio dell’inchiesta giornalistica, diceva che bisognava «seguire sempre la palla». Non molti sanno che il giornalista, prima di iniziare la carriere da reporter, avesse calcato i campi di rugby.

NUMERO 3 – E probabilmente quel «seguire la palla», la caparbietà e la logica che usava nel seguire le inchieste, sono caratteristiche in parte mutuate da un gioco solo apparentemente violento, che invece richiede tanto cervello. Giuseppe D’avanzo era un pilone, teneva il numero 3 cucito sulle spalle, un numero importante. Una responsabilità. Perché chi gioca in quel ruolo, in ogni mischia è costretto a fare testa a testa con il pilone avversario, e a reggere sulla schiena il peso dei compagni di squadra. Ruolo duro, gioco sporco, non da tutti.

GIOVANILI E PRIMA SQUADRA – Ma nonostante la posizione Peppe era anche molto prolifico, segnava spesso. Giulio Marchetti, tallonatore della Partenope, lo ricorda aggressivo, elettrico prima di ogni mischia e ogni volta che vedeva una palla in gioco aperto. Corrado Lanna, apertura dei bianco-blu degldavanzo_4--190x130i anni 70, racconta che D’Avanzo iniziò insieme a lui l’esperienza rugbystica nelle giovanili, nel 1968, in una società in difficoltà, dopo gli anni degli scudetti.
Dai 15 ai 19 anni si giocava solo nell’under 19. A quei tempi la juniores della Partenope aveva vinto più titoli italiani. D’Avanzo entra, anche se non da titolare, in una rosa che di fatto conquista uno degli scudetti. Successivamente riesce a prendere il posto da titolare, ma poi, nel 1972, arriva il gioco serio: l’ingresso in prima squadra, il duro impatto con il campionato di B; che però la Partenope vince, riconquistando la serie A.

L’INFORTUNIO – Quel numero 3 Peppe D’Avanzo lo ha portato diversi anni, mentre la società da Rugby Napoli si trasformava in Clif Partenope. Arrivano anche grosse soddisfazioni, come la convocazione, insieme a Valerio Martone, in una selezione nazionale che a Genova incontrò un team frfoto_4_672-458_resizeancese. Nel 1977 D’Avanzo si laurea in filosofia, e nello stesso anno, a febbraio, nel suo momento migliore, arriva l’infortunio: un tuffo verso la linea di meta, il braccio teso per segnare, la spalla che cede. Peppe D’Avanzo aveva già iniziato allora la sua collaborazione a Paese Sera, ma lo spirito del suo sport non lo ha più lasciato, anzi.

I VALORI DEL RUGBY E L’ITALIA – Il giornalista ha tenuto stretta a sé la palla ovale, e nel 2007, in un articolo uscito su Diario, ha indicato le caratteristiche che servirebbero al nostro paese per cambiare, quelle del rugby: «Dicono che educhi, ma istruisce. Dicono che dia carattere, invece accultura. Postula una placenta comunitaria; un pensiero ordinato; paradigmi condivisi senza gesuitismi o imposture. Nessun odio e, per riflesso, nessuna paura. Sottende una forza spirituale prima che fisica. Esclude la mossa furbesca, la sottomissione gregaria, l’arroganza del prepotente. Aborre ogni cinismo immoralistico perché è capace di essere schietto e leale nonostante la violenza o forse proprio grazie a quella. Dite, si può immaginare qualcosa di meno italiano?».

ASSEMBLEA CITTADINA – Agli inizi di ottobre, in data ancora da confermare, nella Sala dei Baroni del Maschio Angioino si terrà un’assemblea cittadina per ricordare insieme alla città la figura dell’uomo e del giornalista; la manifestazione è un’espressione della volontà del sindaco de Magistris.

Andrea Porrazzo
09 settembre 2011

tratto da qui