“Oj vita, vita mia” cinquant’anni fa la festa del rugby


OJ vita mia, cantavano i diecimila sugli spalti del Collana. Era la prima volta che quel coro valicava i confini del San Paolo, la circostanza lo richiedeva. Lo scudetto della Partenope Rugby, il 9 maggio di cinquant’anni fa. Il primo tricolore napoletano su un prato e non in piscina, figlio di una generazione che era cresciuta sui campi di tutta la città, giocando all’Arenaccia o sotto le ciminiere dell’Italsider. Il 9 maggio 1965 è la data consegnata alla storia, ma il travaglio è stato lungo. Avrebbe vinto anche l’anno prima, la Partenope, se Vittorio Ambron, punta della Nazionale, non fosse stato fermato per una squalifica che all’epoca fu molto discussa. Allo scontro diretto di Parma si presentò una squadra in piena crisi psicologica, che perse match e titolo. La stagione del trionfo è ricordata come una cavalcata trionfale, 20 vittorie e 2 sconfitte, 40 punti in classifica. Però vincere facile non è nel dna di questa città. Alla penultima giornata di campionato il campo di Frascati diventa un ring e Marcello Martone, glorioso capitano della Partenope e miglior marcatore del campionato, viene colpito con una pietra lanciata dagli spalti. Moglie e figlio poco distanti scoppiano in lacrime, giocatori, dirigenti e giornalisti scappano, percorrendo a piedi la campagna che circondava l’impianto laziale. Partita interrotta e risultato da decidere a tavolino qualche giorno dopo, così all’ennesimo scontro diretto, questa volta contro il Cus Roma, la Partenope arriva con un solo punto di vantaggio, 36 a 35. Il 9 maggio è la cavalcata delle valchirie, il match perfetto, chi c’era la ricorda come la sfida più intensa giocata da una squadra napoletana: finì 14-3. «Il punteggio è netto, ma mica fu una passeggiata », ricorda Sandro Gelormini, tra i più giovani di quel quindici e oggi amministratore della polisportiva dei Cavalli di Bronzo. «Le partite contro Roma erano particolari, tra noi atleti c’era un affetto rimasto immutato, però in campo erano lotte senza quartiere». La Partenope aveva posto le basi per tagliare quel traguardo anni prima, quando aveva avviato una selezione a tappeto sui campetti cittadini. Italo Scodavolpe mise insieme i più bravi, vinse uno scudetto juniores e ciclicamente consegnò rugbisti alla prima squadra. Tra i grandi la stella più luminosa era quella di Elio Fusco, allenatore- giocatore, un fuoriclasse. Elio mise insieme una macchina infernale con un gioco nuovo, mutuato dal rugby champagne di scuola francese. «Il nostro – racconta Gelormini – era un rugby fatto di movimenti, corsa, passaggi, un gioco mai visto all’epoca, brillante e sempre all’attacco. Elio aveva avuto contatti con i tecnici francesi, in particolare Puolin, assoluta fonte d’ispirazione». I giornali scrissero che era nata una scuola rugbistica napoletana, Marcello Martone, 91 anni, la descrive così: «Il nostro segreto era la fantasia, non potevamo permetterci di metterla sul piano fisico e andavamo via di velocità. Sulle touche il segreto era far prendere la palla sempre agli avversari, più alti e grossi, senza nemmeno provare a contrastarli, e poi subito dopo andavamo a placcarli». L’istantanea di quel giorno è il sorriso senza due denti di Fusco all’avversario che l’aveva colpito con un pugno alla bocca. E poi la festa sugli spalti e ‘O surdato ‘nnammurato. I festeggiamenti li organizzò un notaio, che regalò un ciondolino con un pallone ovale d’oro a quei fenomeni: Marcello Martone, medico ed estremo, detto ‘o duttore, Vittorio Ambron alla tre quarti, Elio Fusco e l’avvocato Mimì Augeri in mediana, l’ingegner Marco Bollesan, il commercialista Gelormini, il magistrato Rodà, il veterinario Luciano Scatola. Professionisti per mestiere e sportivi per diletto, la storia d’Italia tra mete e placcaggi.

Un manipolo di eroi e un gioco nuovo. “Fusco era in contatto con i tecnici francesi Giocavamo come loro…”

IL GRUPPO La rosa della Partenope Rugby schierata allo stadio Collana in quella stagione, 1965, in cui vinse il suo primo scudetto tricolore La squadra napoletana giocava nell’impianto del Vomero, e si ripetè bissando il titolo anche due anni più tardi, nel 1967